The legends

"Who is Dolasilla?" This is the first question asked by our welcome guests

The legend of Dolasilla

Dolasilla is the beautiful daughter of the King of Fanes, greedy king and thirsty for power, always looking for gold and silver, metals extracted from the dwarf dwarfs from the mines around Canazei. When she tries to rob the dwarves of their riches, Dolasilla, out of compassion and fear of their revenge, gives them back their stolen treasures. As a sign of gratitude, they give her a sparkling white fur and tell her that she will become an unbeatable warrior if she turns her fur into armor. In addition, the dwarves warn Princess Dolasilla that if the fur were to change color, it must keep away from the battlefield, otherwise it will die. Finally they give another gift to Dolasilla: a magical silver powder that if thrown into the Silver lake, will allow the greedy King to come into possession of a marvelous treasure.

Il Re, esaltato dal pensiero che sua figlia diventi una grande guerriera, fa sorvegliare giorno e notte il "lago d'Argento". Un giorno i suoi uomini vedono che il lago è ricoperto di canne d'argento e decidono di tagliare tredici canne per farne tredici frecce infallibili per Dolasilla.

Dolasilla guida coraggiosamente l'esercito dei Fanes lungo una serie di vittorie. In una di queste il Re la incorona guerriera sul Plan de Corones. Una notte, in sogno, le appare l'immagine di un nemico ucciso, che le predice che la sua fortuna non durerà per sempre, a patto che non smetta di usare la magia delle frecce.

Nonostante la sua paura e le preoccupazioni della madre, il Re vuole che rimanga al suo fianco nelle battaglie. E nella battaglia successiva, contro i Duranni guidati dall'alleanza nata tra il principe Ei de net e lo stregone Spina de Mul, il sogno prende forme reali: dall'arco di Spina de Mul scocca una freccia magica che ferisce Dolasilla.

Ciononostante i Fanes vincono la battaglia. Ma Ei de Net è rimasto affascinato dalla bella principessa e decide che il suo destino è di rimanere accanto a lei, in vita ed in battaglia. A questo scopo si incammina verso i monti del Latemar, con lo scopo di farsi costruire uno scudo magico per Dolasilla dai nani fabbri che abitano la montagna. I nani costruiscono un enorme scudo che solo lui può portare, così si assicura di poter entrare nell'esercito dei Fanes.


 

Karl Felix Wolff
Nacque nel 1879 a Karlstadt, oggi Karlovac in Croazia, da un ufficiale austriaco e da Lucilla von Busetti, originaria della val di Non. Trasferitosi con la famiglia a Bolzano ancora bambino, Wolff sentì raccontare le prime leggende ladine da un'anziana bambinaia della val di Fassa. Più tardi ebbe i primi contatti con alcuni Ladini che si sforzavano di riportare in auge l'uso della loro lingua e le loro tradizioni: Cassan, de Rossi, Moroder-Lusenberg. Divenuto giornalista e scrittore, non cessò mai di percorrere le Dolomiti, taccuino alla mano, interrogando i popolani, in modo particolare gli anziani, nella speranza che gli riferissero qualche nuova leggenda o qualche nuovo particolare. Dapprima concentratosi sulla più vicina e più familiare val di Fassa, estese poi le sue ricerche a tutte le altre valli dolomitiche, spingendosi fino al Cadore ed all'Alpago. Morì a Bolzano nel 1966.

Pubblicò a più riprese i risultati delle sue ricerche , fino a comporre una trilogia (I monti pallidi; L'anima delle Dolomiti; Rododendri bianchi delle Dolomiti), apparsi in più edizioni, a volte con nomi diversi, su un lunghissimo arco di tempo. Oggi sono pubblicati in traduzione italiana da Cappelli (Bologna) e nell'originale tedesco da Athesia (Bolzano). Pubblicò inoltre una vasta congerie di articoli su periodici diversi, più vari opuscoli e libriccini. Chi fosse interessato alla sua bibiliografia completa può consultare Ulrike Kindl (1983): Kritische Lektüre der Dolomitensagen von Karl Felix Wolff, Band I: Einzelsagen, Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü", San Martin de Tor.

L'importanza del lavoro di Wolff per il salvataggio ed il recupero delle antiche leggende ladine può difficilmente essere sopravvalutata. E' molto probabile che, senza di lui, oggi dei Fanes non ci rimarrebbe praticamente nulla. Tuttavia, sfortunatamente, Wolff non seguì una metodologia rigorosa e non si sforzò affatto di archiviare il materiale raccolto così come lo aveva sentito raccontare. Sentendosi scrittore e poeta (e forse, da uomo di cultura, buon tedesco e tedescofilo, anche un tantino superiore), in buona fede tentò a fin di bene di restaurare e ricomporre, senza peritarsi di distorcere un tantino la storia e a volte persino di inserire qualche tassello mancante, pur di ottenere (inconsciamente?) che il risultato si avvicinasse di più al quadro generale che lui aveva in mente. La sua mano è spesso visibile e quindi le parti "restaurate" sono facilmente asportabili, ma rimane sempre il dubbio che, sotto sotto, rimanga qualcosa di travisato o non completamente originale.


 

Karl Staudacher
Figlio di un albergatore di Brunico, Karl Staudacher (1875-1944) ascoltò da bambino i racconti del regno dei Fanes da alcune ragazze badiotte a servizio dal padre. Avendo dimostrato grande propensione agli studi, divenne prete e lavorò in varie parrocchie, mai purtroppo in zone che gli consentissero di raccogliere altro materiale sui Fanes. Nel 1921 entrò in contatto con Karl Felix Wolff, cui mise a disposizione molti elementi fondamentali che erano noti in val Badia ma non in Fassa, e che stanno alla radice stessa della leggenda (marmotte, avvoltoi, gemellaggi…).

E' stata la sua testimonianza a rendere accessibile l'interpretazione del significato etnologico del Regno dei Fanes. Purtroppo non era affatto uno studioso di antropologia, e nemmeno un vero appassionato del folklore: a lui i Fanes interessavano primariamente come epigoni dei Nibelunghi. Ci ha lasciato infatti un noiosissimo poema epico in perfetti versi tedeschi, Das Fanneslied (1928; disponibile in ediz. Tyrolia, Innsbruck-Vienna 1994). In esso Staudacher segue pressocchè puntualmente la ricostruzione della vicenda compiuta da Wolff, tuttavia spingendosi talvolta in direzioni sorprendenti, sulla scorta anche di mirabolanti ingenuità etimologiche. (Per esempio, egli fa derivare Duranni da Tirreni, identificandoli quindi con gli Etruschi e ponendo la patria di Ey-de-Net nei pressi di Firenze; parallelamente  identifica i Caiutes con i Celti - il cui regno aveva per capitale Brescia!).



Il nome dato al Passo Falzarego richiama la leggenda del tradimento del padre di Dolasilla. Il suo epiteto fu "Fauzo Re" ossia "falso re".

In  Trentino la storia e la cultura Ladina è materia scolastica obbligatoria tantr'è che il ladino viene studiato quale lingua.
Il culto del "dio Silvano" era particolarmente diffuso nel mondo ladino. Il dio delle selve aveva il suo portale sopra Fraina in quel d'Ampezzo